Alla Brontolo Servizi S.r.l. erano molto orgogliosi della nuova apprendista. Si chiamava Miranda Spigliati, lavorava in amministrazione ed era stata assunta con un percorso di apprendistato della durata prevista di trenta mesi. Il titolare, Osvaldo Brontolo, apparteneva alla scuola imprenditoriale del “facciamo subito, così poi siamo tranquilli”. Una filosofia eccellente per pagare una bolletta. Un po’ meno per gestire la formazione di un apprendista.
Nei primi tre mesi, infatti, Miranda aveva fatto parecchia formazione sul campo: 140 ore, annotate nel diario formativo e dedicate alle concrete attività d’ufficio. Osvaldo era soddisfattissimo. «Centoquaranta ore. Più formata di così deve prendere una laurea.» Peccato che il piano formativo avesse idee leggermente diverse. Il percorso prevedeva infatti almeno 80 ore annue e non contemplava soltanto ciò che Miranda poteva imparare stando alla scrivania. C’erano anche contenuti più generali, ulteriori rispetto alle specifiche mansioni svolte. Ma soprattutto c’era quel piccolo dettaglio che spesso guasta le feste: l’apprendistato non durava tre mesi. Ne durava trenta.
Passato lo slancio iniziale, la formazione cominciò misteriosamente a rarefarsi. Il diario formativo, così diligentemente compilato nelle prime settimane, smise di raccontare qualcosa. Non una riga. Non una data. Non un’attività.
Era diventato una specie di sito archeologico aziendale: documentava perfettamente ciò che era successo all’inizio e lasciava agli studiosi il compito di immaginare il resto. Quando nacque la contestazione, Osvaldo cercò di difendersi. La formazione, spiegava l’azienda, in realtà era continuata. In ufficio si impara continuamente. Una collega spiega una procedura, qualcuno mostra come fare una pratica, il responsabile interviene quando serve.
Ed effettivamente arrivarono anche testimonianze.
Il problema fu che erano generiche e non consentivano di individuare specifici momenti formativi.
A quel punto Osvaldo fece ciò che avrebbe dovuto fare parecchio tempo prima.
Telefonò al dr. Giovannangelo Decubernatis, il Giova.
Il Giova arrivò, ascoltò tutta la storia e si fece consegnare piano e diario formativo. Guardò il primo.
Poi guardò il secondo. Poi tornò a guardare Osvaldo. «Qui non dobbiamo dimostrare che Miranda abbia imparato a lavorare.» Osvaldo si illuminò. «Perfetto.» «No, Osvaldo. Non è perfetto per niente. Dobbiamo dimostrare che l’azienda abbia realizzato il percorso formativo previsto dall’apprendistato.» La differenza sembrava piccola. Era enorme. Il punto, infatti, non era negare quelle 140 ore iniziali. Quelle risultavano documentate. Il problema era capire cosa fosse accaduto dopo e se la formazione concretamente impartita corrispondesse, per continuità e contenuti, al programma previsto.
Ed era proprio lì che il castello della Brontolo Servizi cominciava a perdere qualche mattone. Nella vicenda richiamata dalla sentenza n. 437/2026 della Corte d’Appello di Venezia, le carenze documentali relative al periodo successivo furono considerate insieme al contenuto limitato della formazione iniziale. Secondo la ricostruzione fornita, da questo complesso di elementi i giudici hanno desunto l’assenza, sin dall’assunzione, di un’effettiva finalità formativa.
La conseguenza fu pesante: riconoscimento di un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato fin dall’origine, con diritto alle differenze retributive anche per quei primi tre mesi durante i quali le 140 ore di formazione erano state effettivamente documentate. Osvaldo rimase qualche secondo in silenzio. Poi indicò il diario. «Quindi non bastava partire fortissimo?» Il Giova richiuse la cartellina. «L’apprendistato, Osvaldo, è una maratona. Tu hai fatto cento metri come Usain Bolt e poi sei andato al bar.»
Il parere del Giova
Il problema non è semplicemente quante ore di formazione vengono fatte all’inizio, ma se esista e sia dimostrabile un percorso formativo coerente con quanto programmato.
La lezione pratica della sentenza n. 437/2026 della Corte d’Appello di Venezia è quindi molto concreta: se il piano accompagna un apprendistato pluriennale, non conviene considerare assolto l’obbligo perché molta formazione è stata concentrata nella fase iniziale.
Occorre poter ricostruire attività, ore, contenuti e progressione della formazione lungo il percorso. E se esiste un diario formativo, smettere improvvisamente di compilarlo senza poter spiegare e provare che cosa sia avvenuto successivamente può diventare un problema serio.
In altre parole: formare è essenziale. Ma quando arriva una contestazione, bisogna anche poter dimostrare come e quando si è formato.


