Alla Vetreria Sorniona S.r.l. i turni si incastravano come i vetri temperati: se sposti un tassello, scricchiola tutto. Il titolare, Ettore Bilancieri, era un uomo pratico: non amava i conflitti, ma amava ancora meno le assenze che non tornano.
Quando Gabriele Scivoloni, impiegato di magazzino con il dono naturale di “scivolare” fuori dai problemi, chiese il congedo straordinario di un anno per assistere la madre in condizioni di disabilità grave, Ettore fece ciò che un datore serio fa: autorizzò, riorganizzò, coprì i turni, ingoiò il sacrificio organizzativo. Non per bontà, ma perché quella tutela esiste e va rispettata.
Il punto è che, col passare delle settimane, iniziò a circolare in azienda una strana nebbia fatta di dettagli: Gabriele che “passava” in magazzino da un’altra parte, Gabriele che “si vedeva” spesso lontano dal domicilio della madre, Gabriele che “aveva” sempre qualcosa da fare che non somigliava neanche lontanamente a un’assistenza continuativa. Nulla di certo, ma tutto troppo ripetuto per essere solo coincidenza.
Ettore, che era un Bilancieri di cognome e di vocazione, tentò la via più comune e più pericolosa: farsi guidare dall’istinto. L’istinto gli suggeriva una soluzione secca: contestazione, licenziamento disciplinare, chiusura rapida. Ma l’istinto, in diritto del lavoro, è un pessimo consulente: arriva sempre prima delle prove e quasi sempre dopo i danni.
Fu allora che Ettore chiamò il “Giova”. (Giovannangelo Decubernatis – Consulente del Lavoro)
Il Giova non chiese “cosa vuoi fare”, ma “cosa puoi dimostrare”. Pretese una ricostruzione oggettiva: periodi di congedo fruiti, residenze, convivenza, elementi verificabili. E soprattutto mise subito a fuoco il rischio più grande: non tanto la severità della sanzione, quanto l’eventualità di costruire un provvedimento disciplinare tecnicamente fragile, capace di trasformare una condotta grave in un boomerang processuale.
A quel punto il Giova tirò fuori la bussola: art. 42, comma 5, D.Lgs. 151/2001, il congedo straordinario retribuito finalizzato all’assistenza del familiare con disabilità grave. (Il congedo è tracciato e gestito nell’alveo delle prestazioni INPS, con procedure e controlli connessi alla tutela assistenziale). Poi, con quell’aria da medico che prima spiega la diagnosi e poi ti dice cosa devi smettere di mangiare, mise sul tavolo il principio di fondo: l’assenza deve essere funzionale a un’assistenza effettiva, non occasionale; il lavoratore può avere spazi per la vita quotidiana, ma deve restare garantito un supporto assistenziale coerente con la finalità del beneficio. In giurisprudenza è un terreno su cui la Cassazione è tradizionalmente rigorosa, parlando di abuso quando manca il nesso tra assenza e cura e richiamando doveri di correttezza e buona fede.
E qui arrivò la parte che Ettore doveva sentire “prima di premere invio”.
Il Giova raccontò un caso “molto simile” a quello che Ettore stava rischiando di vivere, richiamando l’orientamento confermato da una recente ordinanza della Cassazione (quella che avevi allegato): quando l’assenza in congedo straordinario non ha alcun nesso causale con l’assistenza e la condotta mostra un uso del diritto per finalità estranee, il licenziamento disciplinare può essere sostanzialmente giustificato; e il disvalore della condotta non ricade solo sul datore (che subisce il sacrificio organizzativo), ma anche sul sistema che indennizza quell’assenza. In più, nel caso esaminato, era emerso un elemento devastante: assenza del requisito della convivenza con la madre disabile, requisito essenziale per la fruizione del beneficio secondo la ricostruzione del provvedimento. (Qui il Giova fu netto: senza convivenza, il castello può crollare già all’ingresso.)
Ma proprio mentre Ettore iniziava a vedere la soluzione “licenziamento subito” come inevitabile, il Giova cambiò passo e gli mostrò il secondo rischio, quello che fa perdere cause già vinte nel merito: il vizio procedurale.
Gli spiegò che si può avere una condotta gravissima e un provvedimento disciplinare che non regge per come è stato gestito: contestazione tardiva, istruttoria approssimativa, tempi sbagliati, perimetro accusatorio incoerente. È la classica scena: “hai ragione, ma l’hai scritta male e troppo tardi”. E quando succede, l’azienda può ritrovarsi a pagare tutele indennitarie anche se l’abuso viene accertato come reale (esattamente il tipo di esito che il Giova voleva evitare a Ettore).
Così impostò un piano d’azione in tre mosse, senza teatralità ma con un pragmatismo quasi consolatorio.
Primo: verifiche pulite. Niente fai-da-te e niente “voci di corridoio”. Se ci sono elementi oggettivi, si raccolgono in modo lecito e proporzionato, rispettando privacy e limiti dei controlli. La strategia deve produrre un fascicolo sobrio: date, luoghi, incoerenze, residenza/convivenza, riscontri. Valuta il supporto di un investigatore privato autorizzato, definendo perimetro, finalità e modalità di raccolta nel rispetto della normativa e delle indicazioni del consulente.
Secondo: tempistiche disciplinari corrette. La contestazione deve partire quando l’azienda ha un quadro sufficientemente definito, senza attendere mesi che poi si trasformano in un alibi procedurale per il lavoratore. Il Giova, qui, non predicò morale: predicò sopravvivenza.
Terzo: proporzionalità e narrazione giuridica. Se l’abuso è totale (nessun nesso con l’assistenza), il licenziamento disciplinare può essere coerente; se invece l’assistenza c’è ma è discontinua o male organizzata, la questione cambia e la risposta deve essere calibrata. In ogni caso, la contestazione va scritta come una cosa seria: fatti, funzione del congedo, violazione di buona fede, danno organizzativo e riflessi sul sistema indennitario.
Quando Ettore vide quel piano, capì una cosa semplice: non era il congedo a metterlo nei guai. Era l’idea di gestirlo “a sensazione”.
La consulenza finale del “Giova” (professionale ma simpatica)
“Il congedo straordinario non è un ‘periodo a tema assistenza’: è assistenza, punto. Se manca il nesso tra assenza e cura, la Cassazione è severa e il licenziamento può stare in piedi. Ma attenzione: potete perdere per un dettaglio che dettaglio non è — la procedura. Quindi: prove pulite, contestazione tempestiva, e un principio sempre in mente: il beneficio regge solo se l’assistenza è reale e coerente. E ora, Ettore, facciamo una cosa da veri manager: prima mettiamo in ordine il fascicolo, poi prendiamo decisioni. Non il contrario.”


