Gestire correttamente prodotti scaduti e procedure aziendali non è solo una questione organizzativa. Una recente ordinanza della Cassazione conferma che la reiterata inosservanza delle regole può incidere sul rapporto fiduciario e portare al licenziamento per giusta causa. Ecco una storia che aiuta a capire perché.
Al supermercato “La Dispensa Felice” di proprietà di Remigio Freschini, imprenditore metodico e amante delle checklist, c’era una regola semplice: i prodotti scaduti andavano individuati, registrati e smaltiti secondo la procedura aziendale. Niente di trascendentale.
Anzi, una di quelle regole che finiscono in fondo alla lista delle cose importanti. Finché non diventano improvvisamente la cosa più importante di tutte.
La responsabile del punto vendita era Palmira Scadenzini, dipendente esperta, anni di servizio, piena autonomia organizzativa e una certa fiducia da parte dell’azienda. Un giorno arrivò un controllo interno. Gli addetti iniziarono a verificare scaffali, magazzino e aree di deposito.
Trovarono qualche prodotto scaduto. Poi altri. Poi altri ancora. Alla fine il conteggio assunse le dimensioni di una piccola collezione storica: 340 prodotti scaduti, alcuni da molti mesi e altri addirittura da quasi un anno.
Non si trattava di una svista del martedì mattina. Il problema era ben diverso. I prodotti non erano stati smaltiti seguendo le procedure previste e l’omissione si era protratta nel tempo.
Remigio, che normalmente perdeva la pazienza solo davanti ai fogli Excel disallineati, iniziò a preoccuparsi seriamente. Il rischio non era soltanto commerciale. C’erano procedure interne ignorate, controlli non effettuati e responsabilità che apparivano concentrate proprio sulla figura che avrebbe dovuto vigilare.
A quel punto entrò in scena il consulente del lavoro dr. Giovannangelo Decubernatis, detto “il Giova”.
Il Giova fece ciò che ogni buon consulente dovrebbe fare prima di parlare di sanzioni. Non partì dalla rabbia.
Partì dai fatti. Verificò le mansioni affidate a Palmira, le istruzioni aziendali esistenti, la durata delle omissioni, le prove raccolte e la disciplina prevista dal contratto collettivo applicato.
“Attenzione” spiegò a Remigio. “Non basta dire che una procedura è stata violata. Bisogna capire chi doveva fare cosa, da quanto tempo e con quale grado di responsabilità.”
L’analisi mostrò un quadro poco favorevole alla responsabile.
La gestione dei controlli rientrava nelle sue attribuzioni. Le regole erano conosciute. Le anomalie erano numerose. Soprattutto, non si trattava di un episodio isolato ma di una situazione protratta nel tempo….
Quando la vicenda arrivò davanti ai giudici, il punto centrale non fu la singola confezione dimenticata su uno scaffale. Fu la reiterata inosservanza delle procedure. Per la giurisprudenza, infatti, ciò che conta non è solo l’errore in sé ma la sua gravità complessiva e l’impatto sul rapporto fiduciario.
E se chi ha compiti di responsabilità trascura sistematicamente controlli essenziali, la fiducia può incrinarsi fino a rompersi. La Cassazione confermò questa impostazione. La presenza di centinaia di prodotti scaduti e il mancato rispetto delle procedure aziendali rappresentavano elementi idonei a giustificare il licenziamento, valutati nel contesto delle responsabilità affidate alla lavoratrice e della durata delle omissioni.
Remigio tirò un sospiro di sollievo. Palmira comprese che il problema non era stato un singolo errore, ma una gestione protratta nel tempo incompatibile con il ruolo ricoperto. E gli scaffali del supermercato tornarono finalmente a parlare del futuro invece che del passato.
Il consiglio del Giova
“La lezione è molto semplice” conclude il Giova.
“Quando si valuta un licenziamento disciplinare non basta individuare una procedura violata. Occorre verificare concretamente mansioni, responsabilità, istruzioni ricevute, durata della condotta e regole del CCNL applicabile. Solo una valutazione complessiva consente di stabilire se la sanzione sia proporzionata.”
Per i datori di lavoro la regola pratica è altrettanto chiara: procedure scritte e facilmente conoscibili; responsabilità ben individuate; controlli documentati; contestazioni disciplinari precise nei fatti, nei tempi e negli obblighi violati.
L’Ordinanza della Cassazione n. 25231 dell’11 settembre 2026 ricorda infatti che la fiducia non viene meno per una sola svista occasionale, ma può rompersi quando le omissioni diventano sistematiche e incompatibili con il ruolo affidato.
E quando la fiducia scade più dei prodotti… difficilmente basta una nuova etichetta per rimetterla sullo scaffale.


