Critiche del datore durante le assemblee sindacali: quando sono lecite?

Blog_assemblea sindacale

Una recente decisione del Tribunale di Bologna (4 giugno 2026) chiarisce un punto delicato: il datore di lavoro può comunicare direttamente con i dipendenti durante le trattative sindacali? La risposta, con qualche condizione, è sì.

Il giorno in cui l’assemblea si infiammò (ma senza incendio giuridico)

Alla “Fonderia Meccanica Bragaglia S.r.l.” le assemblee sindacali erano diventate un appuntamento fisso del giovedì pomeriggio. Un rito quasi sacro, con tanto di sedie in plastica e aria condizionata sempre incerta.
Il datore di lavoro, Cesare Bragaglia, uomo concreto e con la passione per i numeri, da settimane stava negoziando con il sindacato un nuovo accordo sugli orari. Dall’altra parte c’era Priscilla Venturini, operaia storica e delegata sindacale, dotata di grande carisma e di una memoria infallibile per ogni promessa aziendale del passato.
Fin qui, nulla di straordinario. Se non fosse che, a un certo punto, Cesare decise di fare qualcosa che fece storcere più di un naso: iniziò a inviare comunicati direttamente ai lavoratori.
Niente volantini anonimi o messaggi criptici. Comunicazioni pulite, firmate, in cui spiegava puntualmente:
• la posizione dell’azienda,
• i costi reali delle richieste sindacali,
• le possibili alternative.
Risultato? I lavoratori iniziarono a farsi un’idea… “autonoma”. E questo, diciamolo, non piacque molto al sindacato.
Priscilla e l’organizzazione sindacale non la presero bene: secondo loro, Cesare stava “entrando a gamba tesa” nel rapporto tra sindacato e lavoratori. Partì quindi un ricorso ex art. 28 dello Statuto dei Lavoratori: condotta antisindacale, sostenevano.
Perché – a loro dire – il datore non avrebbe dovuto parlare direttamente con i lavoratori durante le trattative.
Il clima? Teso come una corda di violino.

Il rischio (vero) per l’imprenditore

Cesare iniziò a temere il peggio. Un’accusa di comportamento antisindacale non è mai una faccenda leggera: può portare a ordini giudiziali immediati, con effetti anche reputazionali.
“Avrò esagerato?” pensò, scorrendo i comunicati già inviati.
Fu allora che entrò in scena lui: il dr. Giovannangelo Decubernatis, detto “il Giova”, chiamato d’urgenza per mettere ordine tra comunicazione, strategia e… nervi scoperti.

Il nodo giuridico spiegato semplice

Il punto era uno solo: Il datore di lavoro può parlare direttamente con i lavoratori durante le trattative sindacali?
Il sindacato sosteneva di no, quasi come se esistesse una “corsia esclusiva” di comunicazione riservata a loro.
Il Giova, invece, fece una smorfia delle sue e disse, con calma:
“Se fosse così, basterebbe chiudere la porta e buttare la chiave. Ma il diritto del lavoro non funziona per monopoli informativi.”

La decisione del Tribunale (e perché è importante)

Il Tribunale di Bologna, con sentenza del 4 giugno 2026, ha dato ragione al datore di lavoro.
Ha detto, in sostanza, una cosa molto chiara:
Non esiste una regola che riservi solo al sindacato il diritto di comunicare con i lavoratori.
Il datore può:

  • esprimere la propria posizione,
  • spiegare le proprie scelte,
  • informare direttamente i dipendenti.

E c’è un motivo preciso: 👉 i lavoratori devono poter conoscere tutte le posizioni in campo per formarsi un’opinione libera.
Non basta sentire una campana sola.

Ma attenzione: non è “liberi tutti”

Qui arriva il punto che il Giova sottolineò con il suo classico mezzo sorriso:
“Cesare, puoi parlare… ma devi saper parlare.”
Infatti il Tribunale ha anche chiarito che:
⚠️ La comunicazione del datore è lecita solo se rispetta buona fede e correttezza.
Cioè:

  • niente attacchi gratuiti al sindacato,
  • niente pressioni indebite sui lavoratori,
  • niente interferenze che ostacolino le trattative,
  • niente discredito verso l’altra parte.

Nel caso della Fonderia Bragaglia? Il giudice ha accertato che:

  • i comunicati erano equilibrati,
  • non ostacolavano le trattative,
  • non screditavano il sindacato.

E quindi… ricorso rigettato.

Il finale (senza colpi bassi)

Quando arrivò la notizia, Cesare tirò un sospiro di sollievo. Priscilla, pur contrariata, dovette riconoscere che la partita si sarebbe giocata su un campo diverso: quello del confronto vero, non del silenzio imposto.
E in azienda successe una cosa interessante: le assemblee divennero più partecipate, più informate… e, paradossalmente, anche più concrete.

Il Giova chiude il caso

Il dr. Giovannangelo Decubernatis, detto “il Giova”, sistemò gli occhiali e concluse così:
“Ricordatevi questa regola semplice:
👉 Il datore di lavoro può parlare direttamente ai lavoratori anche durante le trattative sindacali.
Non c’è nessuna esclusiva del sindacato sulla comunicazione.
👉 Però – ed è qui che si gioca la partita – deve farlo con correttezza, trasparenza e senza interferire scorrettamente nel confronto sindacale.
Se lo fai bene, informi. Se lo fai male, rischi l’antisindacalità.”
E poi, con un mezzo sorriso:
“Insomma: comunicare sì… ma senza trasformare la trattativa in un comizio.”

Condividi: 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti
al nostro Blog!

Studio Milan si impegna a proteggere e rispettare la privacy degli utenti: le informazioni personali raccolte vengono utilizzate solo per amministrare gli account e fornire i prodotti e servizi richiesti. È possibile prendere visione dell’informativa ai sensi del Reg. EU 2016/679 cliccando qui

Articoli correlati

Te lo dico a modo mio

Il citofono fantasma

Nel cuore operativo della “LogiSprint S.r.l.”, azienda milanese che consegna tutto in tempi record tranne la pazienza del titolare, il signor Adolfo Precisi, c’era un mistero che neanche Sherlock Holmes con il GPS aggiornato. La

Leggi di più