Disabilità e lavoro: perché il licenziamento può costarti caro

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Era una mattina grigia, di quelle che promettono più scartoffie che raggi di sole. Nell’ufficio del consulente del Lavoro CARCARLO PRAVETTONI detto “il Prava”, socio del noto GIOVANNANGELO DECUBERNATIS, detto “il Giova”, che conosce il Codice come altri conoscono il menù del Mc Donald’s, il telefono squillò con la disperazione di chi ha appena fatto un passo falso.


Dall’altra parte della cornetta, il datore di lavoro parlava con voce incerta. Aveva appena comunicato di aver licenziato la signora Assunta per sopravvenuta inidoneità fisica. “Epicondilite cronica”, spiegò, come se bastasse pronunciare il nome della patologia per chiudere ogni discussione.


“Il Prava” ascoltò in silenzio, tamburellando le dita sul tavolo. Non era la prima volta che sentiva quella storia: “Non può più fare il suo lavoro, quindi la mando via.”

Ma il diritto del lavoro non è un romanzo breve, è un thriller pieno di colpi di scena.

Assunta, intanto, era lì, con il braccio fasciato e lo sguardo fermo. Non cercava pietà, cercava giustizia.


Il datore, invece, cercava una via d’uscita.


“Il Prava” rispose al telefono con la calma di chi sa che il diritto del lavoro non è improvvisazione. Mentre ascoltava il racconto del datore, prese il Codice e lo sfogliò lentamente, come se ogni pagina fosse una conferma di ciò che stava per dire. Poi, con voce ferma, chiarì che la questione non era affatto semplice: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con un’interpretazione ormai consolidata, considera “disabilità” non solo le condizioni gravi, ma qualsiasi minorazione fisica o psichica che ostacoli la piena ed effettiva partecipazione alla vita professionale in condizioni di parità.


E qui entra in gioco la sentenza n. 28/2025 del Tribunale di Rovereto: l’epicondilite cronica, patologia di lunga durata, è stata qualificata come disabilità. Non un dettaglio, ma un punto fermo. “Epicondilite cronica? Disabilità. Punto.” disse il Prava, con la sicurezza di chi conosce la norma e le sue conseguenze.


E quando c’è disabilità, il datore non può limitarsi a dire “non puoi più fare il tuo lavoro”. Deve adottare accomodamenti ragionevoli: mansioni compatibili, orario ridotto, ricollocazione interna.


“Quindi… se lo trasferissi presso la nostra filiale distante 100 chilometri? Potrebbe essere una soluzione?” chiese il datore di lavoro, con quella voce che tradiva più speranza che certezza.

Il Prava, dall’altra parte della cornetta, sospirò come chi ha già visto troppi tentativi creativi di aggirare la legge. Poi rispose, scandendo le parole come fossero titoli di un manuale:

Il trasferimento a 100 km? Non è una soluzione, è un modo elegante per dire “non ti voglio più qui”, e questo non è conforme né allo spirito né alla lettera della normativa antidiscriminatoria.


La normativa non chiede soluzioni punitive finalizzate a complicare la vita al lavoratore, ma di trovare misure proporzionate e realistiche: ricollocazione interna, mansioni compatibili, orario ridotto. Pensiamoci: il principio degli accomodamenti nasce per garantire inclusione, non per imporre sacrifici logistici. Mandare un lavoratore in un’altra sede lontana significa aggiungere nuove difficoltà – costi di viaggio, tempi infiniti, impatto sulla vita familiare – senza risolvere la questione di fondo.


Il datore sbiancò. Non aveva fatto nulla di tutto questo. Aveva scelto la scorciatoia del licenziamento.


Il Prava chiuse il fascicolo con un colpo secco:

“Il licenziamento è nullo. Reintegro e risarcimento. E non importa se sei una piccola azienda: la tutela reintegratoria è piena.”


Assunta sorrise. Il datore sospirò. Il Prava, con la calma di chi ha visto troppi disastri annunciati, concluse con la sua consulenza:

 
La consulenza del Prava

“Quando un lavoratore diventa inidoneo per una patologia che rientra nella nozione di disabilità, il datore ha un obbligo preciso: cercare soluzioni ragionevoli per mantenerlo in azienda. Non è una gentile concessione, è legge. Se non lo fai, il licenziamento è nullo e il Giudice ti condanna alla reintegrazione e al risarcimento. Prima di agire, valuta tutte le alternative: modifica delle mansioni, part-time, ricollocazione interna. E se hai dubbi, chiama il Prava. Meglio una consulenza oggi che una sentenza domani.”

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