Proporzionalità della sanzione disciplinare: i limiti del licenziamento per giusta causa

Blog_Sputo al collega

Ci sono casi in cui l’imprenditore pensa di avere la situazione in pugno. Poi arriva il diritto del lavoro — e, con una certa eleganza, gli spiega che la realtà è un filo più complicata. L’ordinanza della Cassazione n. 19848 del 15 giugno 2026 è uno di quei casi.


Lo sputo, il parcheggio e una storia lasciata a metà

Il dottor Ermenegildo Pastori, amministratore della Farmalux S.p.A., è un uomo pratico. Ama le cose lineari: produzione, fatture, regole chiare. E soprattutto le decisioni rapide, quelle senza troppe sfumature.
Finché, un pomeriggio, nel parcheggio aziendale — luogo apparentemente innocuo tra auto in doppia fila e pause caffè improvvisate — succede qualcosa che lo costringe a cambiare prospettiva.
La protagonista è Debora Scintilla, impiegata brillante e persona diretta, di quelle che non hanno grande talento per fingere pazienza quando la pazienza è finita da un pezzo. Dall’altra parte c’è Ruggero Bellavista, collega ed ex compagno. E qui sta già il primo problema: Ruggero, la fine della relazione, non l’ha proprio archiviata.
Negli ultimi mesi, infatti, il clima si era fatto via via più pesante. Messaggi non richiesti, attenzioni fuori tempo massimo, qualche uscita infelice. A momenti gentile, a momenti pungente. Una presenza costante, e soprattutto non richiesta.
Debora prova prima a ignorare, poi a evitare, poi a sopportare. Ma certe dinamiche, quando si trascinano troppo a lungo, non si spengono: si accumulano.
Finché, appunto, non arrivano al parcheggio.
L’episodio è di quelli che non passano inosservati: parole sopra le righe, tensione accumulata, e poi il gesto. Uno sputo. Anzi, più di uno. Qualcuno diretto verso Ruggero, qualcuno finito sulla sua auto, che di tutta la vicenda è probabilmente l’unico soggetto davvero innocente.
La scena dura pochi minuti. L’effetto, in azienda, molto di più.


La reazione “automatica” del datore di lavoro

Quando la notizia arriva sulla scrivania del dottor Pastori, la sua reazione è quasi istintiva. Il ragionamento è semplice, quasi matematico: offese + sputi = rottura irreparabile della fiducia.
E dunque: licenziamento per giusta causa.
Firmato, notificato, archiviato. Un caso chiuso con la rapidità di chi è convinto di aver applicato una regola evidente.
Solo che, nel diritto del lavoro, le regole “evidenti” tendono a complicarsi appena qualcuno le guarda da vicino.


Il dettaglio che cambia tutta la prospettiva

Debora impugna il licenziamento. E a quel punto succede una cosa che nelle aziende, ammettiamolo, non sempre si fa con la stessa cura: qualcuno ricostruisce davvero i fatti.
E quando si scava, emergono elementi che il gesto, da solo, non raccontava:

  • Ruggero non aveva mai accettato la fine della relazione;
  • i suoi comportamenti erano insistenti, spesso invadenti;
  • alternava momenti concilianti ad altri decisamente offensivi;
  • tutta la vicenda, pur avvenuta in ambito aziendale, nasceva e rimaneva radicata in una dinamica privata.

A questo punto lo sputo resta uno sputo — e nessuno lo trasforma in un atto nobile — ma smette di essere un fatto isolato. Diventa piuttosto l’epilogo, poco elegante ma comprensibile, di una tensione che covava da tempo.
Ed è qui che si inserisce il punto giuridico vero.


La Cassazione e la lezione sulla proporzionalità

Il caso arriva fino in Cassazione. Il dottor Pastori, nel frattempo, è convinto che la questione sia talmente evidente da non lasciare spazio a dubbi.
La Corte, invece, rimette tutto in ordine con una calma quasi didattica.
La giusta causa — ricorda — non è un’etichetta da appiccicare a un fatto perché “sembra grave”. È una clausola generale, che richiede un giudizio concreto. E dentro questo giudizio devono entrare:

  • le circostanze specifiche;
  • il contesto relazionale;
  • l’intensità dell’elemento soggettivo;
  • il reale impatto sul vincolo fiduciario.

In altre parole: non basta che il comportamento sia oggettivamente grave. Serve che, in quel contesto preciso, sia tale da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto.
E qui, secondo la Cassazione, questa soglia non è stata superata.


Il CCNL non è un pilota automatico

C’è poi un altro passaggio che al dottor Pastori interessa molto: il codice disciplinare.
Perché lì, certe condotte, sono descritte con un livello di severità che sembrerebbe confermare la scelta espulsiva.
Ma la Corte chiarisce un punto fondamentale: il CCNL è un riferimento importante, ma non vincola il giudice in modo automatico. Salvo ipotesi particolari, resta sempre necessario verificare la proporzionalità concreta della sanzione.
E quindi sì: anche davanti a un fatto sgradevole e oggettivamente censurabile, il licenziamento può risultare eccessivo.


Il Giova rimette ordine (con calma)

A quel punto, il dottor Pastori fa quello che avrebbe potuto fare prima: chiama il suo consulente di fiducia, il dr. Giovannangelo Decubernatis, per tutti “il Giova”.
Il Giova ascolta, annuisce, e senza bisogno di alzare il tono mette a fuoco il punto:
non è in discussione che il comportamento di Debora sia sbagliato. Il problema è un altro: la sanzione scelta non è proporzionata a quel fatto, inserito in quel contesto.
E la regola operativa, a quel punto, diventa quasi semplice: prima di decidere un licenziamento per giusta causa, bisogna fermarsi un attimo e chiedersi non solo che cosa è successo, ma perché è successo.


La chiusura del Giova

«Pastori,» conclude il Giova con un sorriso appena accennato, «nel diritto del lavoro le scorciatoie funzionano solo sulla carta. Nella realtà, bisogna sempre leggere la storia completa.»
E la storia, in questo caso, dice che anche un gesto brutto, evidente, difficile da difendere — come uno sputo a un collega — non basta da solo.
👉 Perché, come ricorda la Cassazione, ordinanza n. 19848 del 15 giugno 2026, la giusta causa si misura sempre con la proporzione. E la proporzione, inevitabilmente, passa dal contesto.
Il consiglio, quindi, è uno solo: prima di firmare un licenziamento, prendersi il tempo di capire davvero cosa c’è dietro.
Perché, a volte, il problema non è lo sputo. È tutta la storia che lo precede.

Condividi: 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti
al nostro Blog!

Studio Milan si impegna a proteggere e rispettare la privacy degli utenti: le informazioni personali raccolte vengono utilizzate solo per amministrare gli account e fornire i prodotti e servizi richiesti. È possibile prendere visione dell’informativa ai sensi del Reg. EU 2016/679 cliccando qui

Articoli correlati