In una piazza vivace di sabato mattina, tra bancarelle di formaggi e profumo di focaccia, due amici si ritrovarono come ogni settimana per il consueto caffè. Pasticcio, impiegato di lungo corso con la passione per le polemiche da bar, agitava il telefono davanti al volto dell’amico.
“Guarda qua! Una tizia ha fatto un video su TikTok dicendo che il lavoro è una ‘rottura di palle’… e la Cassazione le dà pure ragione!” “Ma si può?”, sembrava dire con lo sguardo: certe cose non si scrivono, soprattutto se il badge aziendale è ancora al collo!
Lampadina, soprannome guadagnato per le sue improvvise illuminazioni giuridiche, ascoltava con calma. Con un tono pacato, spiegò che la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 20310 del 20 luglio 2025, aveva stabilito che il licenziamento per giusta causa non era proporzionato. Il comportamento della lavoratrice, pur poco elegante, non aveva compromesso in modo irreparabile il rapporto fiduciario con l’azienda.
Il CCNL Commercio, applicato al rapporto di lavoro della Tik Toker, ricordava Lampadina, prevede il licenziamento solo per violazioni gravi. In questo caso, la Corte aveva ritenuto che una sanzione conservativa sarebbe stata più adeguata. Anche il commento “sei peggio dei piccioni” era stato giudicato irrilevante, perché decontestualizzato e non sufficiente a giustificare una misura così drastica.
Pasticcio, che fino a quel momento aveva sorseggiato il caffè con aria scettica, si fermò un attimo. “Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”
Con un sorriso, Lampadina rivelò il retroscena: stava facendo il praticantato nello studio di consulenza del lavoro di suo padre. La sentenza l’avevano letta insieme la sera prima, tra un parere e una pizza.
Conclusione: anche in un contesto informale come una piazza il sabato mattina, il diritto del lavoro si fa spazio tra le chiacchiere quotidiane. La sentenza n. 20310/2025 ci ricorda che, anche nell’era dei social, serve equilibrio: la libertà di espressione va tutelata, ma senza dimenticare il rispetto del rapporto fiduciario. E la proporzionalità resta la bussola per orientarsi tra sfoghi digitali e sanzioni disciplinari.
Morale: anche un soprannome buffo può nascondere una mente brillante


