Quando un messaggio WhatsApp può costare il posto di lavoro

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Te lo dico a modo mio!

 

In un moderno ufficio di consulenza del lavoro, il signor Gesualdo, un datore di lavoro severo ma giusto, chiedeva al suo professionista di riferimento come affrontare una situazione davvero particolare ed insolita.

 

Tutto iniziò quando il signor Gesualdo ricevette una chiamata, molto accesa e piccante, da una giovane ragazza che lamentava di ricevere ripetuti messaggi WA da un certo Macedonio, dipendente del Gesualdo, sostenendo di non conoscerlo e di non avergli mai dato spontaneamente il suo numero di telefono. La ragazza disse a Gesualdo che se non avesse preso dei provvedimenti contro il suo collaboratore l’avrebbe denunciato al garante della Privacy.

 

“Macedonio è un “giovanotto” sulla quarantina”, racconta Gesualdo al Consulente del Lavoro, che ormai aveva capito tutto… “e da 8 anni lavora da me come addetto alla gestione della posta interna, smistamento e selezione di corrispondenza destinata ai vari uffici e archiviazione di documenti che comportano l’accesso a informazioni personali come dati anagrafici, indirizzi postali, telefonici, telematici ecc… So che è un bravo ragazzo, che sta ancora cercando moglie , ma ahimè non è quello che si dice un belloccio, anzi proprio bello non è. Macedonio mi ha confessato infatti, che un giorno, durante il lavoro ha intercettato il curriculum di una candidata ed incuriosito dal nome, ma anche dall’aspetto, (forse più dall’aspetto della foto) , aveva preso nota del numero di telefono cellulare, ripromettendosi di contattarla, cosa che poi ha fatto inviandole una serie di ripetuti messaggi WhatsApp”.


“Capisco umanamente la situazione, in fondo a 40 anni si sente come uno yogurt in scadenza e sta cercando di tutto per conoscere qualche ragazza. Ma proprio il numero di telefono di una candidata doveva usare?? E sì che gli avevo fatto anche sottoscrivere la nostra policy interna in materia di privacy! Cosa succede adesso? Quali possono essere le conseguenze per Macedonio?”


Il Consulente del Lavoro, con un’espressione tra il divertito e il professionale, avendo capito la portata della situazione disse a Gesualdo: “In questi casi ci sarebbe il licenziamento per giusta causa.

 

Lo afferma la Corte di Appello di Milano con la Sentenza del 24 aprile 2025, n. 302, in quanto il Sig. Macedonio, con il suo comportamento, anche se dettato dalla voglia di “morosa”, ha palesemente violato la privacy abusando di dati personali. Ma non solo, il Macedonio, seppur spinto da “pulsioni” passionali con aspirazioni sentimentali, ha dimostrato con la sua condotta una grave violazione degli obblighi di diligenza e di correttezza, per una particolare noncuranza nei confronti dei propri doveri d’ufficio oltrepassando le proprie competenze di semplice smistamento della corrispondenza ed anteponendo alle prerogative aziendali un proprio personale desiderio di entrare comunque in contatto con la candidata. Il suo comportamento assume una rilevanza ancora più permanente, anche alla luce della normativa in materia di trattamento dei dati personali per finalità diverse da quelle aziendali.


Secondo la Corte una simile condotta si traduce in una lesione irreparabile del vincolo fiduciario, incidendo intrinsecamente sugli obblighi di collaborazione e fedeltà, compromettendo l’immagine e la reputazione dell’azienda.

Il Consulente del Lavoro, professionista corretto e salomonico, conclude dicendo: “Caro Gesualdo, ecco perché è fondamentale rispettare sempre le policy aziendali e le norme sulla privacy. Un piccolo errore può costare caro, come in questo caso. Ora decida lei cosa fare.”

 

Gesualdo, imprenditore onesto e padre di famiglia, chiamò a cospetto il Macedonio dicendogli che per questa volta l’ha scampata, dandogli una grossa lavata di testa e dicendogli soprattutto di non scambiare il loro ufficio per una chat room ribadendo, che è severamente vietato innamorarsi dei candidati, anche se hanno la foto profilo da copertina di Vogue.

Morale: “L’amore è cieco, ma la privacy ci vede benissimo.”

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