Alla Torroni & Delizie S.p.A., il titolare Alfredo Croccantino era uno di quelli che ripeteva spesso: “In produzione voglio efficienza, ordine e soprattutto niente sorprese”.
Peccato che una sorpresa, un martedì mattina, arrivò lo stesso.
Il protagonista era Tullio Saetta, operaio esperto e appassionato di arti marziali. Persona stimata, nessun precedente disciplinare, una reputazione da collega affidabile.
Durante una pausa operativa, Tullio si avvicinò al collega Gino Morbidei con l’entusiasmo di chi ha appena visto un tutorial particolarmente convincente.
“Ti faccio vedere una mossa.”
Il problema fu che Tullio non aspettò nessuna risposta.
In un attimo partì la dimostrazione pratica: due colpi all’addome, eseguiti come tecnica di Taekwondo.
Niente ring. Niente protezioni. Niente consenso. Solo un collega che si ritrovò improvvisamente trasformato in manichino da allenamento.
La notizia fece il giro dello stabilimento alla velocità di una mail con allegato sbagliato. Il titolare, Alfredo Croccantino, convocò subito i responsabili. Vennero raccolte testimonianze, ricostruiti i fatti e acquisiti tutti gli elementi disponibili.
La domanda era semplice:
si era trattato di uno scherzo mal riuscito o di un comportamento disciplinarmente gravissimo?
Per Tullio la vicenda sembrava quasi incomprensibile.
Non aveva litigato con nessuno. Non voleva fare male a nessuno. Non c’erano stati precedenti.
Eppure, l’azienda arrivò alla conclusione più severa: licenziamento disciplinare.
A quel punto Tullio impugnò il provvedimento sostenendo che si trattava di un episodio isolato, privo di reale intento aggressivo.
Sembrava una linea difensiva tutt’altro che impossibile.
Finché entrò in scena il consulente del lavoro dr. Giovannangelo Decubernatis, detto “il Giova”.
Il Giova ascoltò tutti, lesse la documentazione e poi spiegò una cosa che spesso sorprende imprenditori e lavoratori. “Il punto non è se fosse la prima volta. Il punto è capire se quel comportamento ha incrinato il vincolo fiduciario.”
Nel rapporto di lavoro, infatti, non si valuta soltanto il danno concreto prodotto.
Conta anche il rischio creato. Conta il messaggio che passa nell’ambiente. Conta la sicurezza delle persone.
Se un lavoratore decide autonomamente di colpire un collega per una dimostrazione fisica non richiesta, il datore di lavoro può legittimamente dubitare della compatibilità di quella condotta con la permanenza in azienda.
Ed è proprio questa la logica seguita dal giudice.
Secondo la decisione del Tribunale di Asti, una simile condotta è idonea a compromettere la fiducia datoriale, a mettere in pericolo l’integrità dei colleghi e a turbare il normale svolgimento dell’attività lavorativa.
Tradotto dal giuridichese: se trasformi il reparto in una palestra senza il consenso degli altri, il problema disciplinare diventa molto serio. E molto rapidamente.
Il consiglio del Giova
“Imprenditore, ricordati una regola semplice” concluse il Giova.
“Quando accade un fatto potenzialmente grave, devi contestarlo subito, descriverlo con precisione, raccogliere testimonianze e verificare attentamente cosa prevede il CCNL applicato. Una ricostruzione accurata dei fatti vale spesso metà della causa.”
Per il lavoratore, invece, diventano decisivi l’effettiva dinamica dell’episodio, le conseguenze concrete e la verifica della proporzionalità della sanzione.
La lezione da portare a casa è chiara: anche una sola condotta può giustificare il licenziamento quando mette a rischio la sicurezza e fa venir meno la fiducia che sorregge il rapporto di lavoro.
E no, chiamarla “dimostrazione” non basta a trasformarla in una lezione innocua.
Perché tra una mossa di Taekwondo e una contestazione disciplinare, a volte, passa davvero pochissimo tempo.


